Campionati Italiani Rapid 2025 – A Parma, tra peluche, sacrifici e amicizie

Written By

Parma, 1° giugno 2025.
Hotel Congressi. Cinque giocatori dell’Accademia Scacchistica Cremonese (Voltini Roberto, Volpati Antonio, Aglio Michele, Salerno Filippo e il sottoscritto) approdano in un clima denso di aspettative, tensione e il solito mix di silenzi e battiti accelerati. Siamo in 250, distribuiti per categorie nazionali, pronti a sfidarci in nove turni da 12 minuti + 3 secondi di incremento. Il tempo per pensare? Poco. Il tempo per imparare? Infinito.

Per i pochi che non li conoscessero: Filippo, Michele, Riccardo, Antonio e il Vult!

Partiamo in macchina, come sempre, con l’animo sospeso tra la strategia e la battuta. L’arrivo è ordinario e caotico come ogni grande evento: si cerca la sala, si cerca il nome sulla lista, si cerca un attimo per sedersi. Poi, con dieci minuti abbondanti di ritardo, si comincia.

Turno 1 – Il giovanissimo intimidatore

La mia prima partita è contro un bambino, ma non uno qualsiasi. Il piccolo avversario appoggia due peluche agli angoli della scacchiera, come guardiani rituali del proprio regno. Sorrido, lui no.
Gioco con ordine, attacco con precisione, vinco. Ma è la scena — tenera e surreale — a restarmi in mente. Capisco subito che oggi, in mezzo a tutte queste partite, ci sarà spazio anche per altro.

Turno 2 – Posizione schiacciante, ma…

Perdo.
Non la posizione, no: quella è solida, quasi dominante. Perdo per il tempo.
In Rapid, il tempo è una bestia che non perdona, soprattutto quando ci si sofferma troppo su una mossa elegante. Apprendo (di nuovo) che l’estetica va dosata. E anche la pazienza.

Turno 3 – L’alfiere che apre la via

Mi riprendo con una combinazione brillante: sacrificio d’alfiere e rientro in uno schema di matto imparabile.
Una partita che mi restituisce lucidità e fiducia. Ogni tanto, gli scacchi sanno anche essere teatro: e lì, l’applauso è silenzioso, ma dentro rimbomba.

Turno 4 – Il derby e la coscienza

È un derby. Un conoscente, un amico, un avversario che rispetto. Giochiamo una Siciliana chiusa, e prendo vantaggio con pazienza, “come le formiche”, un pezzettino alla volta.
Vedo una rete di matto. Provo il primo sacrificio d’alfiere, il secondo di torre. È lì. Ma ho poco tempo. La mente si appanna.
Lui commette una mossa irregolare. Tocca un cavallo, poi lo rimette a posto. Poi muove un pedone.
Non dico nulla.
Perdo per il tempo. Il matto in due resta un’immagine nella mia testa.
Eppure esco a testa alta. La sportività è un pezzo del mio stile di gioco, e anche oggi ne porto il peso e il valore. Vado a cercare silenzio. Non per fuggire, ma per imparare.

Pausa e ripartenza.

Ho due vittorie e due sconfitte.
Nel pomeriggio affronto un nuovo avversario: Samuele. Romano. Dieci anni. Entusiasta.
Corretto, sorridente, attento. Giochiamo una partita splendida, combattuta, elegante.
Faccio una mossa irregolare per errore: mangio con l’alfiere sbagliato. Fermo il tempo, me lo riavvia e mi dice:

“È chiaro che volevi mangiare con l’altro.”

Andiamo avanti. Finisce patta, ma nessuno dei due esce perdente.
Ci stringiamo la mano. Parlo con i suoi genitori. Nasce un’amicizia.

Turni finali – Matto, patta, matto… e poi basta

Le partite proseguono.
Ne vinco una con una rete da manuale.
Poi un’altra patta.
Poi un’altra vittoria.
All’ultima sono esausto. Gioco, ma la testa è altrove.
Il mio avversario è bravo. L’ho già battuto, ma oggi no. Stringo la mano e sorrido.

Il bilancio – Cosa resta davvero

Concludo il torneo con 4 vittorie, 3 sconfitte, 2 patte.
Quinto posto.
Ma la classifica è solo un numero.
La vera vittoria oggi è altrove.

È nel silenzio raccolto dopo una sconfitta.
Nel rispetto verso l’avversario.
Nel sorriso che un bambino ti regala, quando ti ricorda che questo gioco è anche un’occasione per essere migliori.
È nel ritrovare le ragioni per giocare, che vanno oltre il punteggio, oltre l’orologio, oltre il pezzo caduto.

E poi… c’è Samuele.
Lui si è classificato terzo.
E io, sinceramente, sono felice per lui. Perché quel podio lo merita, per il talento, certo. Ma soprattutto per come è. Per come gioca. Per come si comporta.
Quel giorno, mi ha insegnato più lui di quanto io abbia potuto insegnare in altri tornei.

Conclusione

A volte, i tornei non sono solo tornei.
Sono specchi. Occasioni. Tracce di sé lasciate su una scacchiera condivisa.
Da Parma torno con più esperienza, qualche punto Elo, ma soprattutto più serenità.
E la consapevolezza che, anche quando la bandierina cade, se il cuore è ancora in gioco, la partita non è persa.

Commento

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Piazza Filodrammatici, 2
26100, Cremona
© Accademia scacchistica cremonese. Tutti i diritti sono riservati.
Privacy Policy