La mia Apertura

La Sala dei Ricevimenti e quella delle Vele sono gremite. Respiri strozzati, mani che sudano, piedi
che picchiettano il pavimento, occhi che scrutano, brusio.
Le mani si stringono sopra i pezzi che dominano le scacchiere; davanti all’augurio di una battaglia
spietata, di una lotta all’ultimo errore, di un’avanzata strategica verso incalcolabili e svariati,
possibili futuri.
L’orologio fa ripartire il tempo, che per un istante sembrava non possedere più la propria
dimensione.

  1. e4!

«Hai in mente che apertura giocare?» – mi domanda Alfredo mentre siamo diretti a Crema, per
partecipare al Memorial Ottavio Ravaschietto.
«Aprirò con pedone e4. Provo a impostare l’attacco indiano.» – rispondo io, con la consapevolezza
di avere ancora scarse conoscenze e poche alternative. Poi comincio a respirare: inspira quattro
secondi, trattieni quattro, espira quattro, trattieni quattro, ripeto nella mia mente.
Sono teso come una corda di violino, emozionato come un bambino alla sua prima competizione,
solo che bambino ora non lo sono più. All’età di trentasette anni mi sono avvicinato al mondo degli
scacchi, più per gioco che per attrazione, più per casualità che per curiosità. Poi è stato tutto un
susseguirsi di mosse.

..e5 2. Cf3 Cc6 3. g3 Cf6 4. d3 Ac5 5. Ag5 O-O 6. Ag2 d6 7. Cc3 Ae6 8. O-O

È passato poco più di un anno da quando ero approdato alla sede dell’Accademia Scacchistica
Cremonese. Un anno di riflessioni, di incomprensioni, di sconfitte che precedevano sconfitte, di
molti tentativi finiti male e pochi altri andati a buon fine, di insegnamenti. Accettare, come unica
via per imparare e per proseguire, questo è stato per me il primo grande traguardo di
consapevolezza. La strada è lunga nel mondo degli scacchi, non sono questi pochi chilometri che
separano da Crema. Però è una strada ricca di innumerevoli piccole tappe, di traguardi che hanno
il potere di regalare grandi soddisfazioni, pari solo a quelle che si hanno in tenera età.


Così, dal semplice muovere i pezzi sulla scacchiera, con impegno e costanza, ci si può ritrovare a
giocare a scacchi e a capirne la sostanziale differenza.


Alfredo sta guidando, siede di fianco a me in questo viaggio cominciato quasi insieme,
riportandomi la storia del suo “battesimo del fuoco” e provando a darmi tranquillità attraverso i
suoi consigli. È un viaggio dentro al viaggio.


Ad aspettarci a Crema c’è il resto della ciurma: Antonio, Tiberio, Federico e Arturo. Tutti insieme
rappresentiamo almeno quattro differenti generazioni. Tutti insieme siamo pronti a mettere in
gioco pedoni, cavalli, alfieri, torri e regine, cercando le migliori strategie per affrontare le più
epiche battaglie.

A quel punto basta poco a trasformare tre giorni di torneo in tre giorni di ordinaria magia.

E se è vero che l’unione e l’armonia dei pezzi è fondamentale per la riuscita di una partita, lo
stesso principio vale fuori dal campo di gioco. Sentire la complicità di chi ti è vicino e il supporto di
chi è rimasto lontano, è fondamentale. Un messaggio di buon auspicio o di conforto, un invito a
non arrendersi e a migliorare, è tutto.

Collaborazione, sostegno, gruppo. È questo il ricordo che terrò più vivo nella mia mente e negli
anni futuri. Sapere che, anche se sei solo a duellare, in realtà ti sei costruito grazie alla
condivisione e al confronto con altre persone. E anche se ai giorni d’oggi i computer non sbagliano
nel suggerimento delle migliori mosse, ritorno al principio che l’apprendimento è frutto delle
sconfitte ed è figlio dell’errore. Ritorno bambino per imparare ancora una volta ad inciampare, a
cadere, a fallire, per poi perseverare nel raggiungimento del mio obiettivo.

L’incertezza, il dubbio, il pensiero di arrendersi e la paura… Ho reincontrato tutto.

Paura. Alla mossa 38 frena la mia spinta in d4 e la partita precipita. Arranco fino alla 52 prima di
abbandonare.

Però sono felice, perché ho un bagaglio di insegnamenti alle spalle, perché ho le voci di tutti i soci
dell’accademia che si ripetono nella mia testa: “Si impara più da una partita persa che da una
vinta.”

E quando torno in campo sono più determinato di prima, più maturo e consapevole. Allora le
mosse che mi separano dalla vittoria si fanno sempre più nitide e i movimenti più precisi.

Butto tutto nel calderone e comincio a mescolare. Davanti alla scacchiera vige la concentrazione,
in piazza duomo, davanti a un panino in compagnia della ciurma, si ride e si scherza tra racconti e
battute.

Alla fine di tutto il mio avversario ferma il tempo, abbandona.

Alla fine di tutto fermo il tempo e raccolgo tutti i miei pezzi: tre giorni di ricordi che valgono un
anno di condivisione e un anno di sacrifici che vale tre gironi di emozioni. Un sacrificio di torre, che
vale la vittoria nell’ultima partita.

Chiudo a 3,5 su 5, ma questa era solo l’Apertura. La strada per il Finale è lunga e tortuosa, ma con
un gruppo così avrà sicuramente un magnifico Medio gioco.

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